Thursday, March 18, 2010
 

17:47 Cina/ Zoo dell’orrore, ossa di tigre come siero contro impotenza

Roma, 17 mar. (Apcom) - Le autorità cinesi hanno deciso di chiudere lo zoo privato di Liaoning, nel nord-est della Cina.
 

Operazione “Piombo Fuso”: la relazione Malam smonta completamente il rapporto Goldstone

di Miriam Bolaffi

 

A darne notizia con grande risalto questa mattina è il Jerusalem Post. Dopo mesi di lavoro è pronta la lunghissima relazione che contesta punto per punto l’ormai tristemente famoso “Rapporto Goldstone”. Si tratta di una relazione che contiene immagini e video prodotta dal Intelligence and Terrorism Information Center (Malam) che dimostra inequivocabilmente come Hamas, durante l’operazione Piombo Fuso, abbia usato vecchi, donne e bambini come scudi umani oltre che case civili e ospedali come rampe di lancio e deposito di armi.

La “relazione Malam”, 500 pagine, dimostra come almeno 100 moschee sono state usate da Hamas per scopi militari, dimostra con immagini e video come i terroristi di Hamas si nascondessero in mezzo ai civili, dimostra come i tetti degli ospedali e di diverse strutture civili siano stati usati da Hamas come rampa di lancio per i missili, dimostra come i terroristi di Hamas usassero case di civili per combattere contro i militari dell’IDF.

Le 500 pagine della relazione Malam, a differenza del rapporto Goldstone, sono dettagliate e precise, coadiuvate da un impressionante numero di immagini desecretate e video ripresi da droni e dagli aerei israeliani.

Alla relazione, che verrà presentata oggi, hanno collaborato le Forze di difesa Israeliane (IDF) e lo Shin Bet, i quali hanno messo a disposizione di Reuven Erlich, ex colonnello del servizio segreto militare che guida il Malam, centinaia di video e immagini che dimostrano senza ombra di dubbio come Hamas lanciasse attacchi da almeno un centinaio di moschee e di come fosse una pratica sistematica usare bambini e donne come scudi umani. Le immagini mostrano come i terroristi si camuffassero da donna per ingannare i militari israeliani e come avessero posto i loro centri di comando e i loro depositi di armi all’interno di strutture civili quali ospedali e scuole.

Una parte della relazione è dedicata alle tecniche di combattimento usate dall’IDF in zone altamente popolose come lo è Gaza, tecniche che hanno sempre tenuto conto (nei limiti del possibile) dei civili e della possibilità che venissero usati da Hamas come scudi.

In buona sostanza la “relazione Malam” demolisce completamente e definitivamente il “rapporto Goldstone” e dimostra come detto rapporto sia stato scritto in maniera sommaria, faziosa e unilaterale senza fornire alcuna prova di quanto ivi affermato, ascoltando unicamente la versione fornita da Hamas che, lo ricordiamo, per stessa ammissione del suo leader politico Khaled Meshaal, considera la morte di un civile palestinese una vittoria morale e mediatica per Hamas e una sconfitta per Israele. Anzi, la relazione Malam fa di più, dimostra inequivocabilmente come in effetti sia Hamas a essere responsabile della morte dei tanti civili deceduti durante l’operazione Piombo Fuso confermando, se ce ne fosse bisogno, che la Striscia di Gaza è tenuta in ostaggio con la forza dal gruppo terrorista palestinese, l’unico e vero responsabile dell’attuale situazione del milione e mezzo di palestinesi di Gaza.

Secondo Protocollo


 

” Le pretese dell’islam calpestano la storia”

LIBERO - Carlo Panella

La “Giornata della rabbia” proclamata da Hamas, che ha provocato ieri a Gerusalemme incidenti con qualche decina di feriti e di fermati, spiega meglio di qualsiasi trattato le pessime ragioni dei palestinesi - e anche del mondo islamico moderato - e le eccellenti ragioni di Israele. A scatenare la collera dei palestinesi e a dare l’esca alle sassaiole è stata infatti la decisione di Israele di restaurare la antica sinagoga Hurva nel cuore del quartiere ebraico di Gerusalemme. Secondo i palestinesi, e purtroppo anche secondo l’Oci, il Consiglio dell’organizzazione islamica che raduna tutti i 55 paesi musulmani, il restauro di questo edificio religioso ebraico sarebbe un affronto all’islam, perché la sinagoga Hurva «sorge a poche centinaia di metri dalla Spianata delle moschee». Ma tutto a Gerusalemme, sorge a poche centinaia di metri da un luogo sacro a una delle tre religioni. Però l’islam estremista di Hamas, come quello moderato dell’Oci (presieduta dal turco Eklemeddin Ihsanoglu che minaccia addirittura una «guerra di religione scatenata da Israele») pretende il possesso assoluto su quello che è diventato un luogo sacro all’islam solo nel 622, dopo esser stato per più di un millennio luogo sacro dell’ebraismo quale sede del Tempio e per più di seicento anni luogo sacro del cristianesimo.

DIRITTI NEGATI
Nega, di fatto, pari diritti di culto e religione a ebrei e ai cristiani. La sinagoga Hurva - questo è il punto - è stata eretta nel XVIII secolo, col pieno assenso del califfo ottomano e degli ulema musulmani, per il culto di 500 ebrei ashkenaziti emigrati dalla Polonia. Andata in rovina, fu restaurata, sempre col pieno assenso del governo ottomano, nel 1856. Durante la guerra arabo israeliana del 1948, la piazza Hurva, delizioso spazio nel cuore del quartiere ebraico, si trovò al centro dei feroci combattimenti tra la Legione Araba giordana e gli israeliani per il controllo del Muro del Pianto (vinti dagli arabi) e la sinagoga fu semidistrutta.
La sua ricostruzione oggi è dunque pienamente legittima e non suona minimamente offesa per i musulmani, perché ridà vita a un luogo di culto ebraico che per ben due volte fu pienamente ritenuto legittimo e non offensivo dai califfi ottomani e ulema islamici.

LE PRETESE
Ma l’islam oggi ha la pretesa di esercitare piena e totale egemonia anche su quanto non è suo, pretende il diritto di sentirsi offeso - e di reagire con la violenza - se si ricostruisce una sinagoga là dove per secoli si ergeva una sinagoga. Una arroganza egemonica che ha un origine precisa, la stessa che impedisce qualsiasi accordo di pace tra palestinesi e israeliani: Gerusalemme e Israele, essendo state “Dar al islam” terreno dell’islam, lo devono essere in eterno e chiunque neghi questo diritto di possesso eterno dell’islam va combattuto. Non nazionalismo palestinese al centro del conflitto dunque, ma pretesa egemonica assoluta dell’islam, che continua a negare a ebraismo e cristianesimo l’evidenza di avere avuto in Gerusalemme la capitale sacra ben prima dell’islam, tanto che i musulmani negano addirittura che là dove oggi è la Spianata delle moschee si ergesse il Tempio ebraico, negazione demenziale sul piano storico, che portò gli arabi a negare agli ebrei l’accesso al Muro del Pianto dal 1948 al 1966.
 

” Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia”

Il FOGLIO - Giulio Meotti

Roma.
Nella guerra arabo-israeliana del 1948 la sinagoga Hurva, da sempre il centro dell’ebraismo ashkenazita a Gerusalemme, fu l’ultimo fazzoletto di terra ebraico che le forze del futuro stato d’Israele difesero nella Città vecchia. Nel farla saltare in aria, il comandante giordano proclamò: “Per la prima volta in mille anni non rimane un solo ebreo nel quartiere ebraico”. Ieri il governo israeliano ha riaperto la sinagoga ricostruita, ed è stata l’occasione per una “giornata della rabbia” palestinese. “Bisogna distinguere fra la Città vecchia dentro le mura e la Gerusalemme sorta al di fuori”, spiega al Foglio il professor Vittorio Dan Segre, ex diplomatico israeliano, saggista e analista di vicende mediorientali. “Dentro le mura vecchie, Israele ha ricostruito soltanto il quartiere ebraico, dove sorge la Hurva. Non ha mai intaccato una pietra del quartiere arabo. La zona ebraica di Gerusalemme è ebrea da secoli”. In questi anni di costruzioni israeliane a Gerusalemme est non c’è stata mai alcuna diminuzione della presenza araba. Anzi, è di molto aumentata in proporzione. Considerando l’intera città, la percentuale di popolazione ebraica dal 1967 a oggi è scesa dal 74 al 66 per cento. Nello stesso lasso di tempo, la percentuale araba è cresciuta dal 28 al 34 per cento. “Non dimentichiamo che 12 mila arabi di Gerusalemme est hanno chiesto di diventare cittadini israeliani”, dice Segre. “Vogliono cioè far parte di Israele, non dell’Autorità nazionale palestinese”. Prima del 1865, arabi ed ebrei vivevano all’interno della Città vecchia di Gerusalemme. Al di fuori delle mura c’era soltanto deserto. La necessità demografica ha portato a una crescita della parte orientale dell’attuale capitale israeliana, dove si sviluppò una fiorente comunità ebraica al fianco di quella araba. Gli ebrei a Gerusalemme est non ci sono arrivati dopo la guerra dei Sei giorni e in nome della “colonizzazione”. L’unico periodo in cui gli ebrei erano banditi dalla parte orientale è stato dal 1949 al 1967, fra le due guerre arabo-israeliane, quando la Giordania stabilì per legge che nessun ebreo potesse abitarvi. Era proibito anche il culto al Muro del pianto. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Nel 1876, molto prima della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25 mila persone, delle quali 12 mila, la metà, ebrei. Nel 1948, alla vigilia della nascita d’Israele, la popolazione di Gerusalemme era di 165 mila persone: 100 mila ebrei, 40 mila musulmani e 25 mila cristiani. “Fuori delle mura bisogna distinguere fra la zona municipale fissata arbitrariamente da Israele e le zone arabe al di là della linea”, prosegue Dan Segre. “Oggi si assiste al tentativo di alcuni israeliani di acquistare case un tempo ebraiche nella parte araba della città. La magistratura israeliana indipendente decide sulla base dei documenti e della storia. Questi sono i trenta appartamenti di Sheikh Jarrah ritornati agli ebrei palestinesi che ci vivevano prima dello stato. Si tratta di una ragione storica sobillata spesso a fini politici”. Il pioniere della psicologia italiana quello che oggi viene chiamato Sheikh Jarrah, nel XIX secolo comprendeva due quartieri ebraici noti come Nahalat Shimon e Shimon HaTzadiq. Il secondo commemorava Simone il Giusto, un sacerdote ebreo del IV secolo ed era stato acquistato dagli ebrei nel 1876. Nahalat Shimon era stato costruito dai sefarditi e dagli yemeniti nel 1891. Alla fine del XIX secolo l’attuale Sheikh Jarrah era soprattutto un quartiere ebraico, e rimase tale fino all’aprile 1948. Gli arabi di un’unità chiamata “al Shabab” (La gioventù) invasero il quartiere e diedero fuoco alle sinagoghe e alle case ebraiche. Sheikh Jarrah non fu l’unico quartiere ebraico di Gerusalemme est a essere distrutto durante la guerra del 1948. Silwan, dove nel 1882 si erano stabiliti degli ebrei yemeniti e che oggi è al centro nello scontro fra Netanyahu e l’Amministrazione Obama perché Israele vuole costruirvi nuove abitazioni, fu occupato insieme al quartiere ebraico della Città vecchia. L’Onu ebbe un ruolo nell’insediare profughi palestinesi a Gerusalemme est. Le case di Sheikh Jarrah oggetto di contesa vennero consegnate alle famiglie palestinesi sotto gli auspici dell’Onu. La comunità ebraica, che era in realtà la proprietaria delle case, non venne consultata e ha reclamato il possesso di quelle abitazioni. Il governo Netanyahu ha annunciato la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme est. “Quelle case si trovano sul confine della Linea verde armistiziale”, spiega al Foglio Dan Segre. “Quartieri come Gilo, un cosiddetto ‘insediamento’ di Gerusalemme, dove non c’era una sola casa araba e, laddove c’erano, sono state mantenute. Nessuno è stato cacciato. Il problema è che la comunità internazionale non ha voluto riconoscere questi quartieri israeliani. Così Israele li ha annessi. Non è così difficile da capire”. Nel quartiere Sheikh Jarrah, dove si sono appena insediate alcune famiglie israeliane, c’è una targa nera che ricorda il grande massacro di medici e pazienti ebrei. Del convoglio sanitario Hadassah furono assassinati in 79 dagli arabi. Lì perirà anche la madre di David Cassuto, già vicesindaco di Gerusalemme, e il pioniere della psicologia italiana, Enzo Bonaventura, riparato lì a causa delle leggi razziali. Nella casa dell’ispiratore del massacro, il muftì Amin al Husseini, che era stato alleato di Hitler, oggi abita una famiglia israeliana. Gerusalemme è una pietra bianca bagnata di sangue.
 

16:04 Gb/ Via libera agli spot tv sui preservativi in prima serata

Roma, 17 mar. (Ap) - Dopo decenni di proibizionismo, l'authority che regola la pubblicità in Gran Bretagna ha annunciato che ci saranno regole meno stringenti sugli spot sui preservativi in prima serata.
 

16:07 Riforma sanità/ Democratici a Obama: “rimanda viaggio Indonesia”

New York, 17 mar. (Apcom) - Alcuni parlamentari democratici vorrebbero che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama posticipasse il suo viaggio in Indonesia e Australia e restasse a Washington nei momenti decisivi per l'approvazione della riforma sanitaria.
 

16:17 Francia/ Regionali, la “gauche” potrebbe conquistare l’Alsazia

Roma, 17 mar. (Apcom) - La "gauche" potrebbe conquistare l'Alsazia domenica prossima al secondo turno delle regionali in Francia. Assieme alla Corsica, l'Alsazia, al confine con la Germania, è una delle due regioni finora a guida Ump, il partito conservatore del presidente Nicolas Sarkozy.
 

14:45 Tortura/ Amnesty: strumenti messi in vendita da aziende italiane

Roma, 17 mar. (Apcom) - Aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici da applicare ai detenuti grazie a una scappatoia legale che lo consente, malgrado si tratti di prodotti simili alle 'cinture elettriche', la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l'Unione europea. Lo denuncia un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International e dalla Omega Research Foundation, che presenta prove della partecipazione di aziende europee al commercio globale in 'strumenti di tortura', tra cui congegni fissati alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50mila volt.
 

14:59 Thailandia/ “Camicie rosse” proseguono proteste sine die

Bangkok, 17 mar. (Ap) - I leader delle proteste anti-governative in Thailandia, che oggi hanno imbrattato con il loro sangue la residenza del Primo ministro Abhisit Vejjajiva, hanno annunciato che proseguiranno la loro azione, rimanendo campati indefinitamente a Bangkok, anche se in piccolo numero.
 

Wall Street Journal: Perché Obama se la prende con Israele?

 
Testa a testa anche fra i giornali americani sulla crisi fra Stati Uniti e Israele a proposito dell’approvazione della costruzione di 1.600 nuove unità abitative nella parte est di Gerusalemme annunciata durante la visita in Israele del vice presidente Usa, Joe Biden. Lunedì il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale che critica aspramente il violento attacco a Israele firmato domenica dal celebre editorialista del New York Times, Thomas Friedman. Biden, aveva scritto Friedman, avrebbe dovuto ripartire subito per Washington lasciando detto agli israeliani, paragonati a “guidatori ubriachi”, di “richiamare quando avranno intenzioni serie”.
Nella sua risposta l’editoriale del Wall Street Journal, intitolato “Obama si volge contro Israele”, ricorda che l’amministrazione Obama «ha sostenuto “sane relazioni” fra Iran e Siria, ha mitemente disapprovato l’accusa di “colonialismo” lanciata agli Usa dal presidente siriano Bashar Assad, si è pubblicamente scusata con Muammar Gheddafi per averlo trattato senza la dovuta deferenza dopo che il dittatore libico aveva invocato una “jihad” (guerra santa) contro al Svizzera». Invece, continua l’editoriale, quando si tratta di Israele «l’amministrazione non ha nessun problema ad elevare di molti gradi l’indignazione pubblica. Le ripetute scuse da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non hanno impedito al segretario di stato Hillary Clinton – in base a quelle che fonti della Casa Bianca hanno ostentatamente definito indicazioni personali del presidente, di etichettare l’annuncio israeliano come “un insulto” agli Stati Uniti. Dal momento che nessuno difende l’annuncio di Gerusalemme, men che meno un governo israeliano evidentemente in imbarazzo, è difficile capire perché l’amministrazione abbia scelto questa occasione per scatenare una crisi diplomatica in pena regola con il suo più affidabile alleato mediorientale … Se Israele avrà l’impressione che l’amministrazione cerca qualunque pretesto per far saltare le relazioni, si curerà molto meno di come potrebbero reagire gli Stati Uniti a un eventuale raid militare sull’Iran».
Sulla questione degli insediamenti in Cisgiordania il quotidiano finanziario prende una posizione opposta a quella dell’amministrazione Obama. «È sempre più difficile sostenere che la loro esistenza sia un ostacolo fondamentale ad un accordo di pace coi palestinesi» scrive, e spiega: «Israele si è ritirato da tutti gli insediamenti della striscia di Gaza nel 2005 solo per veder trasformato quel territorio in uno staterello di Hamas e in una base per il continuo lancio di razzi contro civili israeliani. L’ansia di Israele circa il ruolo dell’America come onesto mediatore in qualunque sforzo diplomatico non può essere mitigata nevrosi dell’amministrazione su questo particolare progetto edilizio, che cade all’interno dei confini municipali di Gerusalemme e che può essere chiamato un “insediamento” solo nei termini massimalisti del lessico della parte palestinese. Qualunque realistico accordo di pace dovrà prevedere un raggiustamento delle linee del 1967 e uno scambio di territori: un concetto formalmente riconosciuto dall’amministrazione Bush prima del ritiro di Israele dalla striscia di Gaza». Conclude il Wall Street Journal: «Se l’amministrazione Obama preferisce trasformarsi, come hanno fatto gli europei, nell’ennesimo pool di avvocati dei palestinesi, troverà sempre più difficile ottenere concessioni da Israele. Il che potrebbe anche essere il risultato più ambito dai nemici di Israele, sia nel mondo arabo che in occidente, perché permette loro di dipingere Israele come la parte intransigente che ostacola la strada della “pace”. Perché debba desiderarlo un’amministrazione Usa che ribadisce continuamente la propria amicizia verso Israele è tutt’altra questione. Ma, di nuovo, questo episodio corrisponde perfettamente allo schema seguito finora della politica estera di Obama: i nostri nemici vengono corteggiati, i nostri amici vengono strapazzati. È successo in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Honduras e in Colombia. Ora è la volta di Israele».

(Da: YnetNews, 15.3.10)
 

 
 
Ebraismo e Dintorni

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