Thursday, March 11, 2010
 

07:26 Forbes/ E’ Michele Ferrero l’uomo più ricco d’Italia

New York, 11 mar. (Apcom) - L'uomo più ricco d'Italia e l'unico ad essere incluso tra le 50 persone più ricche del mondo della rivista Forbes è Michele Ferrero, a capo della quarta industria dolciaria del mondo, con un patrimonio di 17 miliardi di dollari, che lo pone in 28esima posizione. Lo seguono Leonardo del Vecchio, con 10,5 miliardi di dollari, in 59esima posizione assoluta. E terzo in Italia è il premier Silvio Berlusconi, in 74esima posizione assoluta con un patrimonio di 9 miliardi di dollari.
 

ISRAELE – PALESTINA – Possibile crisi di governo se Israele continua gli insediamenti a Gerusalemme est

Minacce di abbandono della coalizione di governo da parte del Labour. I nuovi 1600 insediamenti rischiano di eliminare per sempre la possibilità che Gerusalemme est sia la capitale del futuro Stato palestinese. Il governo di Tel Aviv ha in progetto 50 mila nuove case nella zona araba e nelle vicinanze.
 

VIETNAM – Migliaia di donne e bambini vietnamiti venduti come “schiavi del sesso”

Dal 1998 al 2010 almeno 4500 fra donne e minori hanno varcato i confini del Vietnam per alimentare il racket della prostituzione. Il 65% è destinato in Cina, poi Cambogia, Laos, fino ai Paesi europei, africani e americani. Siti internet vendono i bambini in rete. È la nuovo forma di schiavitù che caratterizza il 21mo secolo.
 

Sconfiggere il regime iraniano per aprire la strada alla pace

Tawfik Hamid
In un suo recente editoriale su Ha’aretz, lo scrittore A.B. Yehoshua ha sostenuto che la pace fra israeliani e palestinesi disinnescherebbe la minaccia iraniana. In realtà, un’analisi approfondita della questione iraniana e del suo impatto su diversi movimenti islamici conduce all’ipotesi esattamente opposta. In altre parole: sconfiggere il regime iraniano è cruciale per risolvere il conflitto arabo-israeliano molto più che il contrario.
Lo si voglia credere o meno, il principale ostacolo alla soluzione del conflitto è la diffusione della posizione estremista islamica che promuove l’odio verso gli ebrei nel mondo islamico. È piuttosto difficile, praticamente impossibile, arrivare a una vera pace nella regione finché autorevoli studiosi islamici vanno insegnando che gli ebrei sono scimmie e maiali, e che i musulmani devono combatterli e annientarli prima della fine dei giorni.
Sconfiggere l’islamismo è pertanto fondamentale per modificare queste posizioni antisemite tra i musulmani. È un dato di fatto incontestabile che quasi tutti gli attentati suicidi contro ebrei sono vengono tipicamente perpetrati da arabi musulmani più che da arabi cristiani o da seguaci di altre religioni.
I movimenti estremisti islamisti che promuovono la jihad violenta anziché soluzioni pacifiche del conflitto arabo-israeliano sono sia ispirati che sostenuti in vari modi dalla rivoluzione islamica in Iran. Il successo della rivoluzione islamica iraniana nel rimpiazzare un regime laico con un sistema islamico ha costituito – e ancora costituisce – agli occhi degli estremisti islamici un modello che incoraggia moltissime persone a perseguire la via dell’islamismo: quella che si presentava loro come un modello vincente di conseguimento del potere.
Sconfiggere il regime iraniano e mostrare il suo fallimento è vitale per poterlo screditare agli occhi dei seguaci dei movimenti estremisti islamisti, svigorendo così la loro motivazione ad imboccare la strada dell’estremismo islamista. Inoltre, sconfiggere il regime dei mullah può parzialmente sottrarre il sostegno finanziario ad alcune delle organizzazioni armate ad esso affiliate, come Hamas e Hezbollah, che si oppongono alla pace con Israele su basi religiose. Il che permetterebbe di infliggere un colpo economico a queste organizzazioni, aprendo la strada a protagonisti meno estremisti che potrebbero assumere un più incisivo ruolo di leadership nell’area.
Non basta. Sconfiggere il regime permetterebbe di porre fine all’opera incendiaria svolta dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinehad verso i seguaci delle organizzazioni estremiste islamiche, che lo vedono come un eroe perché minaccia la sicurezza di Israele. Tipicamente Ahmadinejad viene visto da loro come il prossimo “Saladino”, colui che porterà l’islam alla vittoria sugli “infedeli”. La retorica di Ahmadinejad, che comprende la minaccia di cancellare Israele dalla mappa geografica, dà agli estremisti false speranze di vittoria sugli “ebrei”, continuando così a gettare benzina sul fuoco del conflitto arabo-israeliano. Sconfiggerlo e trasformarlo da simbolo di vittoria in un esempio di impotenza può svolgere un ruolo vitale nella guerra psicologica necessaria per indebolire l’estremismo islamico.
Quando ricordiamo che centinaia di ragazzini iraniani, molti addirittura di soli dieci anni, vennero mandati a morire sulle linee del fronte della guerra fra Iran e Iraq (1980-88) e che l’iniziatore della rivoluzione islamica iraniana, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, consegnava a questi bambini delle chiavi di plastica per il cielo rassicurandoli che, se fossero rimasti uccisi sul campo di battaglia, sarebbero andati direttamente in paradiso, diventa imperativo sconfiggere questo regime folle e impedirgli con tutti i mezzi necessari di ottenere l’arma nucleare. Un’arma che, nelle mani di un tale regime, non solo porrebbe una minaccia enorme alla sicurezza del mondo libero, ma infonderebbe anche un senso di vittoria psicologica alle organizzazioni islamiste estremiste, spronandole ulteriormente ad opporsi a qualunque soluzione di pace con Israele.
Cercare di arrivare a una pace fra israeliani e arabi prima d’aver neutralizzato la minaccia iraniana non funzionerà, giacché i regimi islamisti usualmente si modificano e trovano sempre nuove ragioni per odiare “l’altro”, e usare la violenza. Tale approccio, anzi, farebbe solo guadagnare tempo al regime iraniano dei mullah per realizzare le sue ambizioni nucleari. Sconfiggere innanzitutto il regime iraniano, e porre fine alla sua ambizione di ottenere la capacità di disporre di armi atomiche, permetterebbe invece di indebolire i movimenti estremisti islamici e di aprire la strada a una vera pace in Medio Oriente.

(Da: Jerusalem Post, 14.2.10)

Dalle NEWS si israele.net:
09/03/2010 La Carta di Teheran presentata dal presidente iraniano Ahmadinejad alle fazioni palestinesi lo scorso 28 febbraio è il più virulento manifesto antisemita pubblicato dopo il Mein Kampf di Hitler di 80 anni fa. Lo afferma il sito DEBKAfile, vicino agli ambienti dei servizi di sicurezza israeliani. In particolare, la Carta afferma che “gli ebrei sono i nemici del monoteismo, sono gli istigatori di tutti i conflitti e guerre del mondo, hanno natura satanica, sono avidi si guadagno e assetati del sangue dei profeti”. Il sito Debka si dice stupito del silenzio di Israele e della comunità internazionale su questo documento.

Nella foto in alto: Propaganda islamista antisemita. Sul cartello: “Uccidere gli ebrei”
 

 

Sconfiggere il regime iraniano per aprire la strada alla pace

Tawfik Hamid
In un suo recente editoriale su Ha’aretz, lo scrittore A.B. Yehoshua ha sostenuto che la pace fra israeliani e palestinesi disinnescherebbe la minaccia iraniana. In realtà, un’analisi approfondita della questione iraniana e del suo impatto su diversi movimenti islamici conduce all’ipotesi esattamente opposta. In altre parole: sconfiggere il regime iraniano è cruciale per risolvere il conflitto arabo-israeliano molto più che il contrario.
Lo si voglia credere o meno, il principale ostacolo alla soluzione del conflitto è la diffusione della posizione estremista islamica che promuove l’odio verso gli ebrei nel mondo islamico. È piuttosto difficile, praticamente impossibile, arrivare a una vera pace nella regione finché autorevoli studiosi islamici vanno insegnando che gli ebrei sono scimmie e maiali, e che i musulmani devono combatterli e annientarli prima della fine dei giorni.
Sconfiggere l’islamismo è pertanto fondamentale per modificare queste posizioni antisemite tra i musulmani. È un dato di fatto incontestabile che quasi tutti gli attentati suicidi contro ebrei sono vengono tipicamente perpetrati da arabi musulmani più che da arabi cristiani o da seguaci di altre religioni.
I movimenti estremisti islamisti che promuovono la jihad violenta anziché soluzioni pacifiche del conflitto arabo-israeliano sono sia ispirati che sostenuti in vari modi dalla rivoluzione islamica in Iran. Il successo della rivoluzione islamica iraniana nel rimpiazzare un regime laico con un sistema islamico ha costituito – e ancora costituisce – agli occhi degli estremisti islamici un modello che incoraggia moltissime persone a perseguire la via dell’islamismo: quella che si presentava loro come un modello vincente di conseguimento del potere.
Sconfiggere il regime iraniano e mostrare il suo fallimento è vitale per poterlo screditare agli occhi dei seguaci dei movimenti estremisti islamisti, svigorendo così la loro motivazione ad imboccare la strada dell’estremismo islamista. Inoltre, sconfiggere il regime dei mullah può parzialmente sottrarre il sostegno finanziario ad alcune delle organizzazioni armate ad esso affiliate, come Hamas e Hezbollah, che si oppongono alla pace con Israele su basi religiose. Il che permetterebbe di infliggere un colpo economico a queste organizzazioni, aprendo la strada a protagonisti meno estremisti che potrebbero assumere un più incisivo ruolo di leadership nell’area.
Non basta. Sconfiggere il regime permetterebbe di porre fine all’opera incendiaria svolta dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinehad verso i seguaci delle organizzazioni estremiste islamiche, che lo vedono come un eroe perché minaccia la sicurezza di Israele. Tipicamente Ahmadinejad viene visto da loro come il prossimo “Saladino”, colui che porterà l’islam alla vittoria sugli “infedeli”. La retorica di Ahmadinejad, che comprende la minaccia di cancellare Israele dalla mappa geografica, dà agli estremisti false speranze di vittoria sugli “ebrei”, continuando così a gettare benzina sul fuoco del conflitto arabo-israeliano. Sconfiggerlo e trasformarlo da simbolo di vittoria in un esempio di impotenza può svolgere un ruolo vitale nella guerra psicologica necessaria per indebolire l’estremismo islamico.
Quando ricordiamo che centinaia di ragazzini iraniani, molti addirittura di soli dieci anni, vennero mandati a morire sulle linee del fronte della guerra fra Iran e Iraq (1980-88) e che l’iniziatore della rivoluzione islamica iraniana, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, consegnava a questi bambini delle chiavi di plastica per il cielo rassicurandoli che, se fossero rimasti uccisi sul campo di battaglia, sarebbero andati direttamente in paradiso, diventa imperativo sconfiggere questo regime folle e impedirgli con tutti i mezzi necessari di ottenere l’arma nucleare. Un’arma che, nelle mani di un tale regime, non solo porrebbe una minaccia enorme alla sicurezza del mondo libero, ma infonderebbe anche un senso di vittoria psicologica alle organizzazioni islamiste estremiste, spronandole ulteriormente ad opporsi a qualunque soluzione di pace con Israele.
Cercare di arrivare a una pace fra israeliani e arabi prima d’aver neutralizzato la minaccia iraniana non funzionerà, giacché i regimi islamisti usualmente si modificano e trovano sempre nuove ragioni per odiare “l’altro”, e usare la violenza. Tale approccio, anzi, farebbe solo guadagnare tempo al regime iraniano dei mullah per realizzare le sue ambizioni nucleari. Sconfiggere innanzitutto il regime iraniano, e porre fine alla sua ambizione di ottenere la capacità di disporre di armi atomiche, permetterebbe invece di indebolire i movimenti estremisti islamici e di aprire la strada a una vera pace in Medio Oriente.

(Da: Jerusalem Post, 14.2.10)

Dalle NEWS si israele.net:
09/03/2010 La Carta di Teheran presentata dal presidente iraniano Ahmadinejad alle fazioni palestinesi lo scorso 28 febbraio è il più virulento manifesto antisemita pubblicato dopo il Mein Kampf di Hitler di 80 anni fa. Lo afferma il sito DEBKAfile, vicino agli ambienti dei servizi di sicurezza israeliani. In particolare, la Carta afferma che “gli ebrei sono i nemici del monoteismo, sono gli istigatori di tutti i conflitti e guerre del mondo, hanno natura satanica, sono avidi si guadagno e assetati del sangue dei profeti”. Il sito Debka si dice stupito del silenzio di Israele e della comunità internazionale su questo documento.

Nella foto in alto: Propaganda islamista antisemita. Sul cartello: “Uccidere gli ebrei”
 

 

Arrestata la prima jihadista americana Incaricata di assassinare lo svedese autore delle vignette su Maometto

Incaricata di assassinare lo svedese autore delle vignette su Maometto

 Una donna minuta di 46 anni dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che reclutava terroristi in Europa

 

«Jihad Jane» con il velo islamico (Afp)
«Jihad Jane» con il velo islamico (Afp)

 È forse la prima jihadista americana, una donna minuta di 46 anni dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che reclutava terroristi in Europa e – si sospetta - era stata incaricata da Al Qaeda di assassinare il vignettista svedese Lars Vilks, l’autore delle sacrileghe effigi di Maometto del 2007. Il suo nome di guerra è «Jihad Jane», o anche «Fatima LaRose» quello vero Colleen Renee LaRose. La Procura di Filadelfia ha rivelato di averla arrestata lo scorso ottobre, al ritorno dalla Svezia dove era riuscita a rintracciare Vilks. In una sua email, ha precisato, Jihad Jane definì «un onore e piacere uccidere» il vignettista, aggiungendo: «Adesso che sono così vicina al bersaglio solo la morte mi fermerà».

QUINTA COLONNA - La rivelazione ha scosso l’America, che si è trovata con una quinta colonna nemica in casa. LaRose, che pesa meno di 50 chili ed è alta circa 1 metro e mezzo, avrebbe reclutato uomini e donne con passaporto americano o europeo per la Jihad islamica, muovendosi insospettata da un continente all’altro. Il Washington Post s’è impadronito di un’altra sua email del giugno 2008: «Voglio aiutare i musulmani», dice. Il giornale ha anche accertato che lo scorso agosto si recò in Svezia «per vivere e addestrarsi con una cellula jihadista», portando con sé il passaporto americano del compagno, identificato solo come K. G, da consegnare ai «fratelli» terroristi.

 

 

Colleen Renee LaRose (Afp)
Colleen Renee LaRose (Afp)

«MINACCIA GRAVE» - Jihad Jane ha trascorsi da balorda. Negli anni Ottanta fu ripetutamente arrestata per emissioni di assegni falsi e guida di un’automobile in stato di ubriachezza, si sposò e divorziò due volte. Ma per la Procura di Filadelfia «è una minaccia grave». Un funzionario, David Kris, ha spiegato che raccolse fondi per i terroristi islamici, e si disse pronta a sposarne uno per farlo entrare negli Stati Uniti. In una delle tante email, LaRose si sarebbe vantata di sapere mescolarsi tra la folla per passare inosservata, in un’altra avrebbe citato alcuni «fratelli» irlandesi (la polizia li ha arrestati martedì). Stando alla Procura, Jihad Jane fu subito incriminata, ma il caso fu tenuto segreto per consentire a Fbi e Cia di indagare sui suoi possibili legami con Al Qaeda e su altri jihadisti negli Stati Uniti.

SOSPETTI - Il suo avvocato, Mark Wilson, ha rifiutato qualsiasi commento. Secondo Kris il caso è indicativo di «come stia cambiando il volto del terrorismo». LaRose sembrava al di sopra di ogni sospetto, ha asserito, conduceva in apparenza un’esistenza normale in un sobborgo di Filadelfia, era una cittadina qualunque. La sua attività rimase nascosta per anni, incominciò al più tardi nel 2007.

Ennio Caretto corriere
 

 

 

 

Chi è il vero bambino viziato?

Douglas Bloomfield
Non è favoloso quando il leader di una delle monarchie più soffocanti, corrotte e feudali del pianeta trova modo di fare la predica su come bisogna comportarsi all’unica democrazia che esiste nella sua parte di mondo? Se la critica fosse arrivata da un governo maturo e responsabile, la si poteva anche prendere sul serio. Ma certamente non è questo il caso quando il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita definisce Israele “un bambino viziato”, e chiede che il resto del mondo lo costringa ad accettare tutte le pretese arabe.
Quando il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal ha dichiarato (all’inizio del mese) che Israele “fa quel che vuole senza essere contestato né castigato”, ha fornito in realtà una perfetta descrizione del suo stesso paese il quale, grazie a una fortuita circostanza geologica, può prendere per il naso tutto il resto del mondo. Quando si sente minacciato, si rannicchia sotto l’ombrello nucleare americano e implora che le forze americane accorrano in suo soccorso; poi pretende che sgomberino dal sacro suolo saudita per aspettare al di là dell’orizzonte finché non saranno chiamate di nuovo. È ciò che accadde quando Saddam Hussein si presentò alle porte del Regno, ed è ciò che sta accadendo di nuovo ora, a fronte alle mire nucleari iraniane.
Quando il presidente Barack Obama ha chiesto una mano al re saudita per mediare la pace fra Israele e palestinesi, è stato bruscamente respinto, ed affinché il messaggio fosse ben chiaro il ministro degli esteri saudita è andato a dirlo pubblicamente a Washington, sui gradini del Dipartimento di stato. Il suo messaggio era uno e uno soltanto: fate pressioni più dure su Israele.
In un’intervista ai primi di gennaio, il principe Saud ha nuovamente accusato Israele di non fare abbastanza sul serio circa la pace: parole vuote sulle labbra di uno dei più grandi protettori del terrorismo al mondo. Il paese che ha prodotto 15 dei 19 attentatori dell’11 settembre e che figura sulla nuova lista americana dei paesi proni al terrorismo, è il primo paese arabo per finanziamenti e per sostegno agli islamisti di Hamas, che costituisce il principale ostacolo all’unità palestinese sotto la leadership dei nazionalisti laici Fatah e Mahmoud Abbas (Abu Mazen). A chiacchiere i sauditi sostengono uno stato palestinese democratico e indipendente, ma deve essere l’ultima cosa che vogliono veramente per paura che esso finisca per stabilire un intollerabile esempio per il loro stesso popolo.
Se le donne musulmane cercano in Medio Oriente un posto dove possano essere libere di votare, di esprimere le loro opinioni, di perseguire istruzione e carriera a loro scelta, di praticare la religione come preferiscono, di vestirsi come vogliono, di guidare un’auto e viaggiare da sole, devono starsene ben lontane dall’Arabia Saudita. Di fatto le donne musulmane si trovano meglio in Israele che in qualunque paese arabo. Una giornalista saudita, attivista per i diritti umani, ha definito il suo paese “la più grande prigione femminile del mondo”.
La libertà di religione non esiste, nel Regno saudita dominato dalla corrente estremista islamica degli wahabiti: ai non musulmani è proibito professare in pubblico la propria religione; i musulmani più moderati vivono nell’eterna paura.
L’Indice di democrazia dell’Economist classifica l’Arabia Saudita come il settimo regime più dispotico fra i 167 paesi analizzati.
L’ultimo rapporto del Dipartimento di stato Usa sul traffico di esseri umani afferma che il Regno non risponde nemmeno “agli standard minimi per tentare di eliminare questo traffico, e non sta facendo alcuno sforzo discernibile in questo senso”. Il che significa: nessun lotta legale e nessuna condanna per la schiavitù sessuale, la servitù non consenziente, lo sfruttamento commerciale del sesso.
Le organizzazioni internazionali per i diritti umani condannano costantemente la pratica della tortura in Arabia Saudita, le fustigazioni, gli omicidi d’onore e la pena di morte per omosessualità e adulterio.
Come risponde il Regno a queste accuse? Le snobba come “menzogne”, e difende i suoi comportamenti in quanto conformi alla legge islamica. E cosa fa il resto del mondo? Niente di niente.
Ecco, questo è l’auto-consacrato modello di virtù che ha avuto la faccia tosta di definire Israele “un bambino viziato”. Sia chiaro: Israele è ben lungi dall’essere perfetto, ma francamente potrebbe proprio sembrarlo in confronto a paesi come l’Arabia Saudita.
Israele sarebbe viziato dal resto del mondo, come sostiene Saud? Non direi proprio. Basta guardare alle Nazioni Unite, dove i sauditi e i loro sodali fanno passare costantemente ogni anno una quantità di risoluzioni anti-israeliane senza quasi incontrare opposizione. Se c’è un paese immaturo e super-coccolato è proprio l’Arabia Saudita, che può permettersi di agire nella totale impunità grazie alla sua enorme ricchezza e al petrolio.
A dispetto di tutta la loro pomposa devozione nel predicare la pace, e delle loro accuse a Israele di non fare sul serio circa la pace, sono proprio i sauditi quelli che fanno solo chiacchiere e niente fatti. Proprio loro, che si troverebbero nella posizione migliore all’interno del mondo arabo per rompere l’impasse, e invece non muovono un dito per dare un contributo, ed anzi si distinguono come i promotori di Hamas, l’estremista del rifiuto. A dispetto di tutti i loro anatemi e di tutte le loro accuse contro Israele, quando si tratta di fare sul serio la pace i bacchettoni sauditi continuano ad essere parte del problema, non della soluzione.
L’Arabia Saudita ha bisogno della nostra protezione e dei nostri mercati più di quanto noi abbiamo bisogno del suo petrolio. Ciò che occorre davvero è un Progetto Manhattan che ponga fine alla nostra dipendenza dal petrolio straniero per piantarla di lasciarci mettere in un barile da corrotti potentati feudali e padrini del terrorismo. Questo ci renderebbe più liberi, più forti, più sicuri e più prosperi.

(Da: Jerusalem Post, 7.1.10)

Nella foto in alto: Sui cartelli “Muslims Only” e “For Non Muslims”.
Scrive Amir Oren (Ha’aretz, 03/01/2010): “C’è un apartheid su alcune strade del Medio Oriente, strade dove le persone vengono separate in base alla loro religione. È un fenomeno che è del tutto sfuggito a Jimmy Carter, a Condoleezza Rice, a Richard Goldstone e ai politici scandinavi, eppure è lì, scritto a chiare lettere, bianco su verde: sui cartelli stradali in Arabia Saudita. Li si può vedere lungo le autostrade che conducono alla Mecca e sulle quali possono viaggiare solo i musulmani. Agli altri, impuri eretici che non sono altro, è proibito usarle: con ripugnanza, vengono relegati su altre strade”.

 

20:48 Egitto/ Muore l’imam Tantawi, islam sunnita perde la guida

Il Cario, 10 mar. (Apcom) - E adesso, a chi passerà lo scettro dell'Islam moderato? Aveva fatto scalpore anche recentemente in occidente condannando il niqab, il velo integrale. Il Vaticano lo saluta commentando, "perdiamo un amico". E' morto Sheikh Mohammed Sayed Tantawi, grande imam di Al Azhar, l'università del Cairo che è anche la più alta istituzione d'insegnamento dell'islam sunnita. Tantawi si trovava in Arabia Saudita ed è stato stroncato da un infarto all'aeroporto di Riad, dove stava per imbarcarsi per il Cairo. Aveva 81 anni. Nato nel 1928 nel villaggio di Salim, laureato in teologia nel 1966, ha scritto parecchi libri sull'interpretazione del Corano. Soffriva di diabete e dfi problemi cardiaci.
 

20:51 Mali/Liberata cooperante spagnola, si tratta per ostaggi italiani

Roma, 10 mar. (Apcom) - E' arrivata finalmente a casa sana e salva Alicia Gamez, la cooperante spagnola sequestrata lo scorso 29 novembre in Mauritania insieme ad altri due membri della Ong Barcelona Accio Solidaria dal gruppo terroristico al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). La donna è stata liberata stamattina, ed è partita per Barcellona da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, a bordo di un aereo su cui viaggiavano anche il fratello, un medico e uno psicologo.
 

21:23 M.O./ Anp annulla cerimonia in onore di militante palestinese

Ramallah (Cisgiordania), 10 mar. (Ap) - L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha annullato una cerimonia in onore di una attivista palestinese che più di 30 anni fa partecipò ad un sanguinoso agguato ad un autobus israeliano. I palestinesi avevano in programma domani di dedicare una piazza della città cisgiordana di Ramallah a Dalal Mughrabi per il ruolo da lei svolto nel dirottamento di un autobus nel 1978 lungo la autostrada costiera dello Stato ebraico. Trentotto persone rimasero uccise nell'attacco.
 
 
Ebraismo e Dintorni

Aggregatore di notizie dal mondo ebraico e mediorientale

Follow Us (RSS)
Get in touch

Coming soon